Laboratorio creativo

 

Accanto al lavoro professionale porto avanti progetti che nascono da intuizioni, a volte da fastidi, a volte da qualcosa che non riesco a togliermi dalla testa finché non prende forma. Alcuni hanno richiesto anni. Nessuno è nato sapendo dove sarebbe arrivato.

Fotografia tattile

Questa è l’idea che mi porto dentro da più tempo, e quella in cui credo di più.

È nata dalle mie fotografie, non dalla pittura. Mi sono chiesto cosa succederebbe se un’immagine potesse essere toccata — non guardata, toccata. Non una traduzione per chi non vede, non un surrogato. Un oggetto nuovo, con un suo linguaggio e una sua dignità.

All’inizio ero convinto che una fresatrice CNC fosse lo strumento giusto. Faccio un abbonamento a Publitec, una rivista di settore, per studiare i sistemi disponibili. Prelevano i soldi ma l’abbonamento non risulta. Chiamo per protestare e mi risponde Hannes. Gli spiego il problema, poi mi viene di raccontargli perché avevo fatto l’abbonamento. Lui ascolta, si entusiasma, e mi dice: “Se mi autorizza, contatto qualche nostro inserzionista e gli chiedo se vuole collaborare al suo progetto.” Da un errore amministrativo era nata un’opportunità.

L’entusiasmo di Hannes si è scontrato con la realtà: le aziende che rispondevano erano inizialmente interessate, ma poi cercavano di vendermi una fresatrice. Macchine enormi e costosissime. Che me ne faccio? Dove la metto? Un anno di tentativi, un corso per imparare un software specifico, una prima prova su un dettaglio di una mia foto. Risultato scadente.

Contatto un’associazione locale di appassionati di informatica — gente fantastica, hanno costruito un museo con la storia dell’informatica e computer rarissimi di ogni epoca. Ma quando racconto il mio progetto, vedo nei loro occhi qualcosa che somiglia allo stupore più che all’interesse. Non cattiveria, non scherno. Più un “dove vuole andare?” silenzioso. Non riescono ad aiutarmi, ma grazie a loro scopro nuovi software e riesco a produrre prove più decenti. Ne faccio stampare una in un laboratorio a Buccinasco, a un costo alto per le mie risorse.

A quel punto mi serviva qualcuno che mi dicesse se ero nella direzione giusta. Non bastava una persona non vedente — serviva qualcuno che fosse appassionato d’arte. Un cieco può amare la musica, il calcio, qualsiasi cosa, ma a me serviva qualcuno che sapesse leggere un’immagine con le mani e darmi indicazioni sulla forma, sulla composizione, sul senso. Scopro il Museo Tattile Statale Omero di Ancona e chiedo un appuntamento al presidente Grassini. Accetta.

Il primo incontro è una bocciatura. Il modello è troppo incomprensibile, le dita si perdono, la forma non parla. Ascolto le sue indicazioni, torno a casa, e ci lavoro per un anno. Al secondo incontro va meglio, ma la stampa a filo disturba le dita e rende difficile la comprensione. La tecnologia non è quella giusta.

Passo del tempo a riconsiderare la fresatura, ma la svolta arriva da un amico che smanetta con le stampanti 3D a resina. Gli mando un modello, lui fa una prova. Il risultato è un altro mondo. Nel frattempo avevo iniziato a lavorare su fotografie scattate appositamente per l’uso tattile — i tre ritratti del progetto sul rispetto. Stampe piccole ma eccellenti.

Torno al Museo Omero. Stavolta il direttore e la moglie prendono in mano i bassorilievi e li esplorano. E per la prima volta non commentano la qualità della stampa — commentano il contenuto. Quello che vedono con le dita, quello che sentono. Il momento in cui il giudizio passa dalla tecnica al significato è il momento in cui capisci che il progetto funziona.

Esco dal museo euforico. Ancona-Pavia è un bel pezzo di strada. Non faccio in tempo a lasciare Ancona che ricevo la telefonata di Marco, un amico, che mi chiede a che punto sono con il progetto. Gli racconto il risultato ottenuto mezz’ora prima. Mi propone di collaborare — ha un’idea che parte dal film Rocco e i suoi fratelli. Le sue competenze informatiche si rivelano preziose. Investiamo in una stampante nostra. A noi si aggiunge Annalisa, che già collaborava con Marco. Facciamo nuove prove e arriviamo a un risultato che finalmente corrisponde all’idea che avevo in testa.

La fotografia tattile non esiste ancora come disciplina. Non c’è un mercato, non c’è un nome consolidato, non c’è una galleria che la espone. C’è un’idea, ci sono i prototipi, ci sono le mani di un uomo cieco che ha toccato le mie immagini e ci ha trovato dentro qualcosa. È il progetto a cui voglio dedicare il tempo che viene.

A quel punto il passo verso le opere pittoriche è venuto da solo. Se le mie fotografie potevano diventare bassorilievi, perché non un Caravaggio? Ho preso la Deposizione e il Davide con la testa di Golia e li ho trasformati in rilievi tattili. Riportarli al Museo Omero aveva un significato diverso: non stavo più chiedendo se la tecnica funzionava — stavo chiedendo se un’opera che il mondo conosce attraverso gli occhi poteva esistere anche per le mani. La risposta, nelle dita del direttore che percorrevano il corpo del Cristo deposto, è stata sì.

Il progetto sulla donna: corpo, rispetto, talento

Forza, forma, libertà — Il corpo

Un corpo sano e in forma rende una persona più libera. Volevo fotografare questa idea, non il corpo in sé. Ho chiesto a Rossella, insegnante di pilates, di fare quello che fa ogni giorno — e io ho cercato la luce giusta. La tuta che usa sempre, nessun nudo, nessuna messa in scena. Solo la silhouette e le forme del movimento. Alcune immagini hanno una tensione che sfiora l’erotico senza mai attraversare quella linea, perché la forza del corpo femminile non ha bisogno di essere svestita per essere vista.

Aborro tu meschino che invece di amar abusi — Il rispetto

Io sono. Tu mi vuoi. Ma io sono.

La maschera da diavolo è il ruolo da tentatrice che certi uomini cuciono addosso alla donna per giustificare quello che fanno. “Mi ha provocato, guarda come si veste, se l’è cercata” — con queste frasi l’uomo sposta la colpa, quando è lui a non saper stare al proprio posto. La donna ha una forza seduttrice che per l’uomo dovrebbe essere un privilegio, non una licenza.

Tre ritratti della stessa donna: con il suo volto, con la maschera, e di nuovo con il suo volto. La maschera non è sua — gliel’hanno messa addosso. I tre ritratti esistono anche in versione bassorilievo tattile, un oggetto che si esplora con le mani e racconta la stessa storia a chi non può vederla.

Ho spodestato il Re — Il talento (in lavorazione)

Donne del passato che hanno fatto scoperte straordinarie nonostante gli ostacoli posti dagli uomini, intrecciate con donne di oggi che hanno conquistato il diritto di scegliere la propria strada. Di ogni donna del passato ho stampato il volto in formato 30×40. La donna di oggi, seduta su un trono acquistato appositamente per il progetto, tiene davanti a sé la stampa coprendo il proprio viso: un corpo vivo che ridà vita a una storia dimenticata. Poi abbassa la stampa e appare il suo volto — e inizia la sua storia. Le donne di oggi non hanno vinto un Nobel, ma hanno fatto qualcosa che per le donne del passato era impensabile: hanno scelto chi essere.

Dialogo sulla libertà, per scelta per colpa

Due mondi che sembrano opposti ma si toccano più di quanto pensiamo: il carcere e il monastero. In entrambi la libertà è limitata. Noi li guardiamo da fuori e vediamo privazione. Da dentro la prospettiva è diversa.

Ho fotografato nel carcere maschile di Pavia e nel femminile di Vigevano. Non cercavo immagini di privazione — cercavo i momenti in cui, anche dentro le mura, qualcuno riesce a immaginare qualcos’altro. Un gesto di svago, un attimo di leggerezza, la capacità di tenere viva l’idea di un dopo.

Il monastero doveva essere il contrappunto. La stessa limitazione della libertà, ma scelta. Al monastero di Santa Chiara a Bergamo ero arrivato vicinissimo: una suora e la Badessa erano disponibili, entusiaste. Quella suora era felice — la sua non era una rinuncia, era una scelta piena. Poi ne hanno parlato con le altre sorelle, e la risposta è stata no. Avrei dovuto proporre di concentrare gli scatti solo sulle due disponibili, non coinvolgere tutto il convento. Non l’ho fatto, e il progetto si è fermato a metà.

Resta quello che ho fotografato. Resta l’intuizione che la libertà non è una condizione oggettiva — è il rapporto che hai con la scelta che ti ci ha portato. E resta il rammarico di non aver insistito nel modo giusto.

Istantanee

L’idea nasce da Van Gogh, o meglio, dal fastidio di non riuscire a guardarlo. Ero davanti a un suo quadro, l’emozione fortissima, e continuamente qualcuno si metteva davanti e me lo portava via. Quel fastidio non me lo sono più tolto dalla testa.

L’istantanea è piccola. Così piccola che per vederla sei costretto ad avvicinarti fino a che il mondo intorno sparisce. Nessuno può più mettersi tra te e l’immagine. È fissata alla cornice con un magnete, e non va solo guardata — va staccata, presa in mano, toccata. È il punto: io l’ho toccata per crearla, tu la tocchi per guardarla. Le nostre mani passano sullo stesso oggetto, i nostri occhi guardano dalla stessa distanza. Diventiamo complici della stessa osservazione — un dettaglio del mondo visto dai miei occhi, che adesso è anche nei tuoi.

Nessun paragone con Van Gogh, ovviamente. Lui è stato solo lo stimolo — o meglio, lo è stato chi mi impediva di guardarlo.

Volando con un puzzle

Tutto è cominciato da un libro. L’ingegner Nando Groppo voleva realizzare una raccolta di fotografie aeree della provincia di Pavia. L’abbiamo fatto, e ne sono nati due libri, entrambi con il contributo di una fondazione locale e dei Comuni del territorio. Ma una volta in aria, non riuscivo a smettere. Ho deciso di fotografare dall’alto ogni singolo comune della provincia. Ci sono voluti otto anni.

Finiti gli otto anni, mi sono ritrovato con centinaia di foto aeree e una domanda: e adesso? L’idea è arrivata per gradi. Stampo tutte le foto, le sovrappongo e ricostruisco la provincia. Ma i comuni hanno dimensioni troppo diverse — alcuni enormi, altri minuscoli — e stamparli tutti uguali non aveva senso. Allora ho preso la cartina politica della provincia, ho posizionato sotto ogni comune la sua foto aerea, e l’ho trasformata in un puzzle.

Il formato che avevo in testa era 7×7 metri. Un puzzle enorme, pensato per essere montato dai bambini nelle scuole — l’unico posto con una palestra abbastanza grande per contenerlo. Quattro copie su pannello ultraleggero da 20 mm, bordi arrotondati per la sicurezza, patrocinio del provveditorato provinciale, scuole individuate in Lomellina, Oltrepò e Pavese. Tutto pronto, tranne il budget: 40.000 euro per quattro copie. Troppo. Quasi scorretto chiedere una cifra del genere per un progetto concettuale. Mi sono quasi arreso.

Poi ho ribaltato il problema. Se non posso farlo grande, lo faccio piccolo ma vero. Ho realizzato una versione 1×1 metro su legno, tagliando ogni pezzo a mano con il traforo elettrico lungo i confini reali dei comuni. Dietro ogni pezzo ho scritto il nome del comune, e ho incollato tutto su vetro. Dieci copie in edizione limitata. Alcuni comuni sono così piccoli o hanno forme così strane che la foto aerea neanche si riconosce — ma non importa. È l’idea che conta, non la geografia. Un puzzle artistico, concettuale, dove l’illeggibilità di certi pezzi è parte del senso.

Poi l’ultimo passo, quello che non avevo previsto. Ho fatto produrre un puzzle classico da 1000 pezzi da un’azienda specializzata. La Fondazione Monte di Lombardia ha visto il progetto, ha acquistato l’idea e ha commissionato 200 puzzle da distribuire nelle scuole. L’obiettivo — mettere il territorio nelle mani dei bambini — era lo stesso di sempre. Ci sono arrivato da un punto di vista completamente diverso, e forse è andata meglio così.